Il Natale 2021è quasi alle porte, a tal proposito vogliamo rispolverare il nostro articolo dedicato a tutte le tradizioni natalizie calabresi. Intorno a questa festività nelle cittadine e nei paesi della Calabria sono sorte le tradizioni più belle e sentite, sia sotto l’aspetto religioso che popolare. Nella nostra regione infatti il clima natalizio ha sempre avuto un grande fascino e ha trovato luoghi naturali, dove le grandi tradizioni del Natale hanno avuto terreno fertile per affermarsi e durare nel tempo.

Parliamo di tradizioni natalizie calabresi che ruotano intorno alla novena, che anticamente veniva celebrata la mattina prima dell’alba, alla messa di mezzanotte, al presepe fatto con materiale povero, alla famiglia con i giochi, le sue gioie e tutti i dolci ricordi che l’accompagnano da sempre. Nei paragrafi che seguono andiamo a vedere nel dettaglio quali sono le tradizioni natalizie calabresi, le varie feste e ricorrenze religiose che caratterizzano questo periodo.

Le tradizioni Natalizie calabresi

Nei paesi e nelle cittadine della Calabria, non si ricordano manifestazioni pubbliche riferite al Natale o al suo periodo. Non si ricordano né processioni, né presepi viventi di un certo richiamo, se non saltuariamente e senza continuità. L’unica processione che si svolge è quella di Gesù Bambino giorno dell’Epifania. L’unica grande manifestazione esterna, in quasi tutti i paesi, era la novena suonata e cantata da un complessino a volte vestito anche in modo caratteristico, con giacche e stivali di pelle di pecora, specialmente quando veniva da fuori: la famosa banda pilusa.

Una tradizione natalizia calabrese che non si perpetua più ormai da moltissimi anni e quella di bruciare un ceppo, in piazza, di fronte alla Chiesa dove veniva celebrata la Messa di Mezzanotte. Il fuoco del ceppo serviva per illuminare la piazza, anticamente non illuminata dalla luce elettrica e serviva anche per riscaldare l’aria invernale, ma non solo, perché alla fine, i tizzoni spenti ognuno li portava a casa come rimedio contro le disgrazie.

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Si è perso anche l’uso di contare i catamisi, (in greco annunciare, indicare) cioè i giorni dal 13 al 24 Dicembre corrispondenti, secondo la tradizione, ognuno ad uno dei dodici mesi e dai quali si traevano auspici per il mese intero.

Erano i contadini specialmente che osservavano la tradizione per programmare i lavori dei campi. Nella tradizione natalizia calabrese a partire dal giorno 13 di Santa Lucia veniva osservato l’andamento del tempo per trarre le previsioni dell’andamento del tempo dell’anno dopo. Ogni giorno era paragonato ad un mese. Il 13 al mese di gennaio, il 14 al mese di febbraio e così via fino al giorno 24 che era paragonato al mese di dicembre. Se il giorno 13, che corrispondeva a gennaio, faceva freddo, interpretavano col fatto che il mese di gennaio, sarebbe stato un mese freddo e così via per il vento, la pioggia e altri fenomeni atmosferici. Inoltre, ogni giorno veniva suddiviso in tre parti e ogni parte corrispondeva ad una decade del mese in questione: se la mattina presto del giorno che corrispondeva alla prima decade pioveva, interpretavano dicendo che nei primi dieci giorni di quel mese sarebbe caduta la pioggia. Se invece a metà della giornata il tempo cambiava, voleva significare che la seconda decade del mese in questione il tempo sarebbe cambiato.

Era un calcolo attento, scrupoloso e paziente ma veniva fatto perché secondo l’andamento atmosferico si prendevano impegni per stipulare affari, per viaggiare, per celebrare matrimoni e fidanzamenti e per programmare la coltivazione dei campi. Qualcuno però ricorda ancora il detto che ripetevano i nostri nonni e col quale si annunciava il lungo periodo di feste:

Sant’Andria (30 Novembre) portau la nova/ ca lu sei (Dicembre) è di Nicola e l’ottu è di Maria, lu tridici di Lucia e lu vinticincu lu veru Messia.

Nel clima Natalizio, si entrava, infatti, il 30 Novembre con i grandi preparativi, specialmente dei presepi, nelle Chiese e nelle case. Poche sono le Chiese, purtroppo, che oggi conservano ancora le artistiche statuette dei vari personaggi del presepe che possedevano una volta. Ma si ricordano maestosi presepi, in quasi tutte le Chiese, con i pastorelli costruiti a mano da valenti artisti locali e addobbati con ricchi vestiti e preziosi ricami. Nel clima Natalizio si continuava con la festa di San Nicola quando – per devozione al Santo – si doveva cucinare la posbia o meglio il granturco, il quale veniva lasciato sotto il lucernario per tutta la notte per farlo benedire dal Santo. Con la Novena, il 16 Dicembre, si entrava nel clima caratteristico della festa oltre che per la Santa Messa celebrata prima dell’alba, generalmente alle ore 4,30, per consentire la partecipazione ai contadini che si dovevano recare al lavoro presto, specialmente per il caratteristico suono della Zampogna o meglio “da cerameda” del complessino banda pilusa. I musicanti passavano per la strada, si soffermavano davanti alle case per suonare le loro pastorali e prima di continuare oltre affiggevano una immaginetta di Gesù Bambino o della Sacra Famiglia alla porta.

I racconti sul Natale della tradizione calabrese

Durante le lunghe serate prima del Natale, intorno al focolare o al braciere, i nonni iniziavano i racconti, in dialetto. Come quello della strage degli innocenti, quando i soldati di Erode andavano in cerca della Madonna e di Gesù Bambino per ucciderlo:

Quandu nesciu u Bambinedu Gesù, u re Erodi ordinau a straggi di l’innocenti, cioè u ‘mmazzanu tutti i cotradedi, pecchi non sapendu avundi era u bombinedu Gesù, pensava ca mazzandu tutti l’innocenti, ammazava puru a idu. Quandu a Madonna ntisi stà cosa, si misi u Bombinedu ‘ntò spinzaru pemmu u ‘mmuccia e partiu u si ‘ndi vaci luntanu.

Camina ca ti camina ‘nci ‘mbattiru i giudei che ‘ndavianu l’ordini pemmu ammazzanu tutti l’innocentedi e siccome ‘na canuscivanu, uno di idi, ‘nci dissi: “chi porti ‘nta ssu spinzaru?”. A Madonna iapriu u spinzaru e ‘nci dissi:

“eccu chi portu, rosi e hiuri”

Mpatti comu i giudei guardaru, ‘nto spinzaru, vittaru rosi e hiuri. Cosi a ficiru u passa e pemmu si ‘ndi vaci. Ma cammina, ca ti cammina, ‘ncontrau atri giudei. A Madonna vitti ‘na ficara e penzau mu s’ammuccia sutta e rrami chi ‘ndavivanu i fogghi chi toccavano quasi nterra. Allora a ficara si apriu e a Madonna trasiu da intra e si ‘mmucciau. Accussi i Giudei na vittaru e passaru. Dopu a Madonna tutta cuntenta nesciu fora e si votau cu a ficara e ‘nci dissi: “chimmu nd’hai u meli ‘nta vucca”. Così i tandu, a ficara faci i fica cu ti meli ‘nta vucca.

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Camina ca ti camina, a Madonna, si trovau u passa ‘nti ‘na campagna avundi ‘nc’era chiantatu ciciari e mentri tutti l’erbi quandu passava a Madonna ‘nci facivanu largu u passa, u ciciari restau comu se nenti fussi. Allora a Madonna perdiu a pacenzia e nci dissi:

chimmu nd’hai la me sarmura!

E pe’ chissu u ciliari è sarsu pe so natura e, quando si coci, ‘nci voli pocu sali. Passata chida campagna, a Madonna arrivau ‘nti ‘n’atra campagna chi ‘nc’era chiantatu luppinu e vicinu vitti addapedi i Giudei. Allura trasiu ammenza o luppinu pemmu s’ammuccia. Ma u luppinu cuminciau u faci scrusciu e a Madonna videndu ca potiva essiri viduta e u luppinu cuntinuava a fàri scrusciu nci dissi:

chimmu ‘nd’hai a mia amarizza!

 

Allora i chida vota u luppinu diventau amaru e non si poti mangiari se non si caccia l’amarizza cu acqua e sali. Allora tutti i radicinisi chi ‘ndavivami pigghiari u ‘mbitu, pa festa da Madonna Montagna, pe dispettu di chidu luppinu, ogni annu abbruscianu i luppinazzi.

Un altro racconto, invece, spiegava come la Madonna era diventata la madre di Gesù. Quandu a Madonna era figghiola, iva a maistra nta Maga Sibilla, chi ancora campa e staci supra a montagna i l’Asprumunti, propriu sutta a Montaltu, vicinu o Santuariu da Madonna Montagna arrassu e tutti chidi chi vannu dani restanu ammagati, comu ‘nci succediu a principi, regnanti e cavaleri.

Ogni matina a Maga Sibilla, chi voliva u diventa a madri i Diu, ‘nci domandava e so discipuli: « Cotradi chi vi nzonnastivu?». E ognunu ‘nci cuntava chidu chi si ‘nzonnava.

Nu iornu dopu chi ‘nci domandau a tutti, ‘nci domandau puru a Madonna. Nci dissi: “Marietteda, chi ti ‘nzonnasti?”.
“Mi ‘nzonnai – rispundiu a Madonna – ca u suli mi trasiu ‘nta ricchi destra e mi nesciu da ricchi sinistra e mi pariva comu si fussi veru”.

Sentendu sti paroli, a Maga Sibilla, capisciu ca “Marietteda” ‘ndavia a essiri a Madri di Ddeu e dissi: “Cotradi mei , iettati tutti i libri ‘nterra e abbrusciatili tutti”. Tutti i discipuli abbrusciaru i libra, ma a Madonna si fidiu u s’ammuccia u soi suttu a mascida e pe chistu tutti ‘ndavimu a ‘nguvitatura sutta a mascida. Accussì, Maria, fu a madri i Ddeu e a Maga Sibilla, cu tutta a so sapienza, per l’invidia e a gelosia chi ‘ndeppi pe a Madonna, fu condannata pemmu staci sempri, ‘nta nu castellu sutta a l’Asprumunti.

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Vigilia e Natale nella tradizione calabrese

Nelle case dei ricchi la mattina della vigilia arrivavano i coloni con le ceste ricolme di primizie e con il cappone appositamente allevato, per fare gli auguri ai “patroni”. In cambio ricevevano qualche chilo di pasta “i zzita” e qualche chilo di torrone “i secunda”.

Il pomeriggio era dedicato alla preparazione delle zeppole che appena fritte ne venivano portate ai vicini di casa ed ai parenti.

La sera si preparava la cena a base di stocco e broccoli e per secondo baccalà fritto.

Verso le ore 23,00, sempre della vigilia, si lasciavano i giochi e ogni altra faccenda per partecipare tutti alla Santa Messa della Natività. Le Chiese traboccavano di fedeli i quali partecipavano con grande attenzione e trepidazione alla celebrazione della nascita del Bambino Gesù. Quando il Sacerdote riponeva nella piccola culla a forma di mangiatoia il Bambino Gesù tutti cantavano commossi “Tu scendi dalle stelle”. Generalmente alla fine della Messa, in Chiesa, o nelle sue immediate vicinanze, si svolgeva una breve processione con il Bambino Gesù e si terminava con il bacio di Gesù Bambino e lo scambio degli auguri di Natale tra i partecipanti.

All’aspetto religioso, anticamente, mischiavano la credenza di imparare a memoria le formule per spummicare, cioè togliere il malocchio. Le formule venivano tramandate di generazione in generazione e solo se si imparavano la notte di Natale, si pensava, producevano effetto al momento del bisogno.

Cosa si mangia in Calabria a Natale? Le 13 portate della tradizione Natalizia calabrese

Il giorno di Natale tradizionalmente è caratterizzato per il pranzo che deve essere composto di almeno tredici pietanze (alcune famiglie sono solite fare la cena del 24).

Quali sono le 13 portate della tradizione natalizia calabrese?

  1. Maccaroni fatti in casa con ragù di carne di cappone
  2. pasta con la mollica e alici (struncatura)
  3. carne del ragù
  4. polpette col ragù e fritte
  5. zeppole e crispelle (o grispelle)
  6. baccalà (fritto ed in umido)
  7. stoccafisso
  8. broccoli (bianchi e neri)
  9. salumi e formaggi casalori
  10. insalata dell’orto (e finocchi)
  11. frutta di stagione come mandarini e arance o secca come le noci
  12. castagne al forno, fichi secchi, lupini e”pastidi”
  13. dolci: quelli fatti in casa come i petrali (qui la ricetta dei petrali calabresi), torrone “di secunda” o ferro e “i pitti i San Martinu”

Pur nella ristrettezza economica, pur nella povertà dei mezzi e pur colpiti ripetutamente dai cataclismi come terremoti e alluvioni che hanno distrutto quasi tutto, la gente della nostra Calabria è riuscita a conservare molti ricordi e sensazioni del Natale di una volta, specialmente la trasformazione intima di ognuno che accoglieva veramente il divino Bambino nel proprio cuore. 

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